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Bernard Friot visto da vicino

6 novembre 2012

Abbiamo incontrato Bernard Friot nei suoi libri, sulla carta tra quelle righe che raccontano di altri e un po’ anche di sé.
Abbiamo scelto e premiato, con il Premio Orbil, un suo testo Ricette per racconti a testa in giù, perchè ci è piaciuto il suo modo di raccontare ai bambini storie che non edulcorano la realtà, anzi con una lente d’ingrandimento speciale qual è la scrittura ne mostra tutti i particolari belli e brutti.
Abbiamo rivolto a Friot alcune domande per riflettere insieme su argomenti a cui teniamo, e per aiutarvi/ci a conoscerlo un po’ di più.
Buona lettura.

A.D.: Sono risate amare quelle che vengono fuori a leggerli per bene i libri di Bernard Friot.
Nei suoi libri ritrae lo sfacelo di un mondo adulto completamente assente, facendo emergere con ironia la solitudine a cui è stata condannata l’infanzia, soprattutto quella ricca, piena di merendine e giochi elettronici.
Gianni Rodari ci mostrava con le sue favole soluzioni possibili, come i cannoni che diventano campane, forse perché anche il tempo in cui è vissuto Rodari sembrava rendere tutto ancora possibile.
Il nostro invece è un tempo in cui tutto sembra irrimediabilmente perso.
Nessuno concede nulla al proprio prossimo, bambini e adulti si aggirano come estranei destinati a non incontrarsi mai.
I sogni sembrano relegati in un posto lontano, tutti sono concentrati su un io che sottrae spazio alla comunità, allo scambio d’idee, al piacere dell’ascolto.
Questa è l’umanità raccontata da Friot, un’umanità che si guarda senza fingimenti, che si svela in tutte le sue debolezze.
Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole ed è subito sera.
Scriveva così Salvatore Quasimodo, è quel raggio di sole che trafigge, scaldando il cuore di ognuno che cerchiamo e che Friot ci racconta scaldandoci e traffigendo i nostri buoni propositi.
Mamma mi stai ascoltando?…Perchè non mi ascolti mai?
Vabbé peggio per te, non te lo ripeterò due volte.

Questo è uno dei tanti bambini che parlano in Ricette per racconti a testa in giù, dove incontriamo genitori distratti, presenti fisicamente ma assenti totalmente con pensieri rivolti altrove, bambini che cercano un contatto che non ci sarà, che cercano con ironia risposte che non arrivano.
Se da una parte vengono presentate situazioni paradossali, che strappano anche una risata, dall’altra parte, sul rigo sottile delle parole, ci sembra di udire il grido d’aiuto dei bambini e insieme dei loro genitori.
È un ritratto impietoso della famiglia quello che troviamo nei suoi libri, viene da chiedersi, ma che ne è e ne sarà di questi bambini? Che adulti saranno domani?

B.F.:Le mie storie non raccontano sempre la realtà vissuta, ma quella temuta.
Spesso, il bambino legge le storie per affrontare una paura, una angoscia: «e se i miei genitori non m’amassero…», «e se rimanessi da solo…».
L’umorismo aiuta allora ad allontanare ciò che temiamo profondamente.
Allo stesso tempo, è vero, ogni bambino fa ad un certo punto l’esperienza dell’abbandono, del rifiuto,anche se solamente per un breve istante.
I genitori non sono sempre disponibili, non sono perfetti, hanno le loro preoccupazioni, i loro problemi. Fortunatamente, altrimenti non lascerebbero nessuno spazio ai loro figli, non permetterebbero loro di costruirsi anche nelle difficoltà, nel confronto con l’insuccesso, la frustrazione.
L’esperienza sociale è inevitabile: non viviamo soli, e dobbiamo imparare a “strofinarci” agli altri, a donare, a condividere, a perdere anche. Per vincere, alla fine, speriamo.
E si, sento gli appelli d’aiuto di bambini e genitori, li metto in scena, li racconto accentuando i tratti, alcuni, sicuramente, ma (spero) con tenerezza.
In quanto adulto, vorrei proteggere i bambini, evitar loro la sofferenza, forse rinchiuderli in un mondo delicato morbido. Ma è impossibile. Vivono in questo mondo, fragile, violento, incerto. E magnifico, luminoso, generoso.
Il gioco (e la letteratura non è che una forma di gioco), permette d’approcciare la realtà diminuendo i rischi, di testare le proprie capacità, di diventare più forte senza costruirsi una corazza.
«Scrivere per i ragazzi, vuol dire aiutarli a costruire il proprio mondo», dice lo scrittore svizzero Franz Hohler. Sono sicuro che non diventeranno degli adulti peggiori di noi. E spero che costruiranno un mondo più bello di quello che noi gli abbiamo lasciato.

A.D.:In Ricette per racconti a testa in giù domande e risposte giungono da un mondo al contrario, un mondo a testa in giù.
Sembra che a guardarlo nel verso giusto questo mondo non ha più posto per l’infanzia.
Nemmeno la scuola sembra accogliere e accorgersi dei bambini.
Se dovesse scrivere una ricetta per rimettere mano alla scuola, quali ingredienti utilizzerebbe?

B.F.:Della benevolenza, prima di tutto. E dell’immaginazione. Dei buoni pasti preparati insieme e condivisi. Del silenzio e dell’ascolto. Delle scienze, della letteratura, lingue e falegnameria, del giardinaggio. Degli incontri. Del tempo per sognare. Delle responsabilità, dei compiti, dei diritti.
Dunque: voler cambiare la scuola, vuol dire voler cambiare il mondo.
Ma insisto: della benevolenza. Quando un adulto guarda un bambino con benevolenza, lo aiuta a crescere. Aiutandolo a guardare con benevolenza il mondo, gli altri e se stesso.

A.D.:È il corpo il nemico. Soffre, è maldestro, si sente male, è ingombrante…Vorrei avere un’esistenza virtuale. Non mi interessa poter avere un altro corpo, più bello, più abile, più forte. Mi piacerebbe essere senza esserci
In Un altro me, Topipittori editore, abbiamo incontrato il Friot che scrive e racconta l’adolescenza, un’adolescenza in cui il corpo si fa nemico, in cui il desiderio maggiore che si avverte è quello di scomparire.
Quello stesso adolescente sembra a volte trovare rifugio nei libri, che diventano mantello per nascondersi o ritrovarsi, poi però urla tutta la sua rabbia per quel mondo che l’ha costretto suo malgrado a rifugiarsi in un mondo di carta:
[…] mi sono perso in un paradiso artificiale.
Sono entrato nei libri chiudendomi la porta alle spalle…
Vivo la vita dal lato sbagliato, le parole al posto delle cose. Non l’ho scelto

Ma lei crede nel potere salvifico delle parole, della letteratura?
Quali libri, autori consiglierebbe ad un adolescente oggi che ancora più di ieri ha il corpo sempre al centro della sua esistenza?

B.F.:No, non credo al potere salvifico della letteratura, poiché per esperienza posso dire che può diventare una prigione, o almeno un mezzo con il quale separarsi dal mondo e dagli altri.
Mi sarebbe piaciuto che qualcuno, all’epoca, mi prendesse per la mano e m’aiutasse ad affrontare la realtà invece che farmi rifugiare in un “mondo di carta”.
A volte, è più importante incontrare dei lettori piuttosto che dei libri.
Altrimenti detto: la letteratura non vale nulla, se non è un incontro, un legame con gli altri.
Dunque, tutto dipende dagli adolescenti: bisogna innanzi tutto ascoltarli prima di propor loro qualche cosa, aiutarli a dire chi sono, a mettere delle parole sulle loro emozioni.
A volte la letteratura può diventare un aiuto, altre no.
Lei non è la vita nella sua interezza, ne è un momento, un aspetto.
Questo ho imparato: per leggere bene, bisogna anche vivere bene.

A.D.:L’incontro e l’amore per la poesia nascono sicuramente dalla forza e passione messa dal cupido che scocca la freccia. Se si sbaglia il tiro diventa noiosa o incomprensibile, l’occasione è andata e l’amore perso.
La poesia è essenza dell’animo, è lo sguardo che riesce a immaginare quello che c’è oltre la siepe, lei ha scritto un prontuario di poesia ad uso dei giovani lettori, ci vuole raccontare da dove è nata questa sua esigenza e come è stato accolto il suo lavoro?

B.F.:Credo profondamente che la poesia è un linguaggio universale, che è il genere letterario più accessibile. Ne ho fatto mille volte l’esperienza durante dei laboratori di scrittura: lei offre a tutti il potere di dire il mondo, la vita interiore, il desiderio, la sofferenza, l’amore, la banalità e la bellezza, tutto. Per far questo ci vorrebbe poco, un incoraggiamento, qualche semplice strumento, un ascolto attento e benevolo. É questo che io voglio condividere.
Il libro ha avuto un buon riscontro in Francia, è stato ristampato due volte. Continua a vievere. Passa di mano in mano. É stato tradotto negli Usa e in Cina.
La poesia è un linguaggio universale, no?

Agata Diakoviez, Libreria Giannino Stoppani

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