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Pensando ad Orbil 2013

28 dicembre 2012

Mentre facevo riccioli ai pacchetti natalizi, ragionavo su quali libri porre le mie preferenze per Orbil 2013 e pensavo che per essere davvero professionali si dovrebbero leggere tutti i libri, proprio tutti tutti.
Ma, onestamente, chi ce la fa?
Quante saranno le uscite in un anno?
Quale la percentuale di libri bellissimi?
Fra i libri per ragazzi, a differenza di quelli per gli adulti, proprio schifezze non ce ne sono.
Credetemi, annuso molte novità per adulti e non so proprio come siamo arrivati a questo grado infimo di scrittura.
Perché non lo dice nessuno?
Ma lasciamo ai grandi i loro crucci e torniamo a noi, dove un’onesta letteratura continua a proporre temi con i quali i ragazzi possono farsi un’idea del mondo.
imagesOggi ho letto In fuga con la zia, di Sylvia Heinlein, pubblicato da San Paolo.
Sono rimasta sorpresa dal tema e se fossi ancora un’insegnante lo consiglierei sicuramente ai miei bambini, per aprire un dibattito, come si diceva un tempo. Nel romanzo c’é la figura di un ” dibattitore”, cioé di uno che stimola il dibattito.
Del romanzo però non mi piace la traduzione. Il traduttore non ha trovato un registro coerente, espressioni come “in culo al mondo” sono accostate a una lingua piatta, priva di sussulti,
che non aiuta il racconto, anzi lo frena, gli toglie quel ritmo underground metropolitano che la scrittrice amburghese forse gli ha dato.
Peccato! Riscritto in italiano, con uno stile sicuro, migliorerebbe di molto.
Noi intanto iniziamo a fare le nostre scelte per Orbil 2013.
Grazia Gotti

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4 commenti leave one →
  1. Anna Patrucco Becchi permalink
    18 gennaio 2013 3:57 pm

    Mi permetto, in quanto traduttrice del libro, di intervenire su quanto affermato qui da Grazia Gotti. Da quanto lei scrive si ha l’impressione che lei il libro in tedesco non l’abbia letto e quindi attribuisce all’autrice un ipotetico ritmo underground metropolitano di cui in realtà non si trova alcuna traccia nell’originale. Che poi la mia traduzione non sia fruibile nella nostra lingua spetterà giudicarlo ai lettori, che mi auguro non mancheranno, nonostante questo giudizio tranchant del tutto immotivato.
    A volte si dimentica che il compito del traduttore non è quello di riscrivere il testo inventandosi uno stile che si ha nella propria testa, ma di rispettare lo stile dell’autore ed è proprio questo quello che io – seguendo l’insegnamento di Walter Benjamin – cerco di fare quando traduco.

    • Grazia permalink
      18 gennaio 2013 6:48 pm

      Ritengo responsabile di una cattiva traduzione l’editore che è quello che prende la decisione di dare alle stampe un libro. Sono anch’io un lettore, come tutti gli altri, quindi anche a me me spetta il giudizio. Non ho letto l’edizione tedesca, tanto che uso il forse, immaginando che l’autrice, amburghese, se usa un termine che possiamo tradurre con “in culo al mondo” usi questo linguaggio forte anche in altri passi, altrimenti non si giustifica così isolato dal resto.
      Resta che il racconto, interessante dal punto di vista del contenuto, è faticoso per la lingua.
      Di Walter Benjamin ho molto caro il saggio sul narratore e, a mio avviso, il traduttore deve essere anche narratore e usare la lingua a questo fine.
      Mi dispiace se il mio giudizio, che ribadisco, e cioè che il romanzo andrebbe riscritto, ha ferito la sensibilitá del traduttore. Ricordo che nella storia della letteratura ( specie quella popolare quale io considero quella per ragazzi), a volte i traduttori hanno salvato romanzi mediocri proprio per merito di una felice traduzione.

  2. Anna Patrucco Becchi permalink
    18 gennaio 2013 7:50 pm

    Non voglio continuare in questa sterile polemica. Comunque in nessun altro punto del libro vi è un’espressione forte del genere. E giudizi così negativii non possono basarsi sui forse.
    Ribadisco anch’io una cosa: compito di un traduttorre è tradurre e non riscrivere un nuovo romanzo. Questo soprattutto nel rispetto dell’autore.

    P.S. Consiglio di rileggersi bene anche il saggio sulla traduzione di Benjamin, qui ben più pertinente.

    • Stefania Panzalis permalink
      17 febbraio 2013 4:18 pm

      Stefania Panzalis, insegnante di lettere in una scuola superiore professionale.
      Mi è capitato di leggere “In fuga con la zia” nella traduzione italiana, perchè è stato regalato alla mia nipotina di 9 anni. Ne abbiamo letto insieme qualche pagina (la peste aveva l’influenza) e quando lei si è addormentata io ho finito di leggerlo per conto mio tanto mi è piaciuto. Premetto che non leggo molta letteratura per l’infanzia, non sono dunque una professionista del settore, però con il mestiere che faccio leggo molto in generale. I personaggi della zia e della nipote sono frizzanti e autentici proprio per come sono stati caratterizzati dalla lingua in cui si esprimono. Gli altri personaggi invece sono molto più stereotipati e noiosetti. Mi pare che l’espressione “in culo al mondo”, non proprio adatta alla letteratura infantile più epurata e didattica in senso retrivo, fosse invece strettamente necessaria da un punto di vista espressivo per rendere la rabbia, l’impotenza, la tristezza, il senso di solitudine alla notizia ricevuta dalla protagonista. Mi pare che ci volesse proprio un’espressione di rottura, e solo per mantenere omogeneo lo stile e pregnante il racconto. è infatti l’unica parolaccia in tutto il libro. quale altra espressione avrebbe ottenuto lo stesso effetto drammatico? “per dindirindina quanto va lontano la zia” oppure “accipicchia che situazione birichina”. Il linguaggio triviale fa parte della nostra lingua come di qualunque altra lingua di derivazione indoeuropea o meno, antica o moderna. Grandi autori di ogni lingua ed epoca lo hanno utilizzato nelle proprie opere: Aristofane usava molte parolacce nelle sue commedie e mi ricordo che persino Cicerone non se ne è esentato. Allora perchè la letteratura dell’infanzia non dovrebbe anche, in qualche caso, dare qualche suggerimento su come lo si può utilizzare? Proprio per controbilanciare quell’abitudine della maggior parte degli adolescenti di oggi di usare le parolacce come un intercalare meccanico (insieme al cioè e al praticamente). Le parolacce si dicono, si sono sempre dette e scritte, fanno parte del nostro vocabolario ma si devono anche saper usare in modo appropriato e nei momenti opportuni. La traduttrice italiana dice di aver rispettato una scelta stilistica dell’autrice, quindi ha fatto il suo mestiere. Peraltro la lingua di questa traduzione elabora uno stile elegante, semplice ma non banale: letterario lo definirei. forse sono un poco lontana dal giudizio critico della Signora Gotti.

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