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Olivier Tallec si racconta

11 gennaio 2013
La Croûte, Charlotte Moundlic, ill. Olivier Tallec, Père Castor Flammarion

La Croûte, Charlotte Moundlic, ill. Olivier Tallec,
Père Castor Flammarion

In principio fu il liceo artistico a cui seguirono gli anni dell’Accademia di Belle Arti, passati a seguire il corso di Tecniche di comunicazione.
Non esistevano allora dei corsi di illustrazione, e forse fu una fortuna per Olivier Tallec, perché ha così potuto percorrere la strada che l’ha portato a diventare illustratore di albi in totale libertà.
Casualmente si ritroverà nel mondo dei libri per ragazzi che inizia a frequentare lasciandosi guidare soprattutto dalla curiosità.
Sue muse sono state: l’arte popolare, la street art e i free press.
Punto di contatto con queste muse sono i viaggi, fatti soprattutto nei paesi dell’America del Sud, che forse possiamo ritrovare e riconoscere nei colori accesi e caldi che spesso utilizza.
Tallec guarda, osserva, ascolta tutto ciò che lo circonda.
Elabora così un suo segno, una sua idea di bellezza.
Dell’editoria illustrata quello che l’ha subito colpito è stata la libertà che l’illustratore ha di potersi esprimere con qualsiasi mezzo.
Mille e più sono le tecniche che illustrato i libri, vi è in Francia una produzione tale che è possibile trovare di tutto: dalle tecniche più tradizionali a quelle che utilizzano la grafica insieme alla pittura.
Pur arrivando da un settore, quello grafico, il suo primo lavoro era infatti in agenzia pubblicitaria, dove l’utilizzo del pc è imprescindibile, ha scelto per il suo lavoro di illustratore di utilizzare i colori direttamente facendo degli acrilici il suo strumento di lavoro.
Così si racconta, durante l’incontro alla Libreria Giannino Stoppani con gli studenti del liceo artistico Francesco Arcangeli di Bologna, metodo di lavoro: inizia sempre con la lettura del testo assegnatogli, scelta dell’idea e disciplina del tempo.
Letto il testo affidatogli dall’editore lo accantona, cerca di “dimenticarne” i particolari per lavorare sulla struttura generale della storia.
Per Tallec il lavoro dell’illustratore non è lo specchio tirato a lucido dell’autore, è arte che si affianca ad un’altra forma artistica che utilizza la parola.
I ragazzi intervenuti all’incontro chiedono, ascoltano, vogliono sapere concretamente come realizza i suoi lavori, da dove vengono quei colori, l’idea per un libro.
Tallec ci racconta così come sono nati due suoi lavori.
Parte da La croûte, un albo del 2008 la cui prima pagina lascia spiazzati.
Al centro c’è un bambino, immobile nella sua stanza, steso sul suo letto, il colore utilizzato aiuta a percepisce il silenzio della casa: “Stamattina la mamma è morta….”.
Inizia così questa storia scritta da Charlotte Moundlic, una storia forte che Tallec ha saputo descrivere con un tratto che ne racconta la drammaticità senza pietismo.
Il colore dominante è il rosso, ma dietro questa scelta non ci sono spiegazioni “new age”.
È una scelta, racconta, che non nasconde simbolismi da svelare.
All’uscita del libro in Francia ci sono state reazioni molto violente; la morte è un tema che nei libri per bambini entra solo tramite la vecchiaia mai come è nella realtà, improvvisa e dolorosa.
Vedremo, se il libro sarà tradotto in Italia, quale dibattito ne verrà fuori.

waterloweb2.17

Waterloo & Trafalgar, Olivier Tallec,
Père Castor Flammarion

Passa poi ad illustrarci il suo nuovissimo libro Waterloo & Trafalgar pubblicato sempre da Flammarion – Père Castor.
Capita a volte che questo editore dia ad un illustratore la possibilità di realizzare un suo progetto, una sua idea. Libertà assoluta, che si traduce in una sfida enorme a cui non deve essere facile rispondere.
Tallec inizia subito raccontando come è nata l’idea, di questo lavoro di cui è autore e illustratore.
Nei giorni in cui doveva lavorare al libro, ascoltava la radio che è sempre accesa quando lavora, erano i giorni della guerra in Libia.
Il commentatore radiofonico raccontava delle trincee, della guerra che vedeva fronteggiarsi due eserciti che non si muovevano di un passo.
Gli è venuto così in mente che gli sarebbe piaciuto parlare della stupidità della guerra, ha iniziato allora a pensare alla storia che voleva raccontare e mostrare.
All’inizio aveva utilizzato più colori, poi gli è venuto in mente il lavoro che Osvaldo Cavandoli aveva realizzato con La Linea, all’essenzialità con cui questo autore era riuscito a raccontate delle storie.
Ha iniziato così a togliere i colori, scegliendo di lasciare sulla pagina solo l’essenziale.
Il risultato è veramente splendido.
Un libro asciutto, ma intenso allo stesso tempo, con due colori che raccontano prima ancora che colorare.
Non è facile riassumere due ore di conversazione è come voler raccontare tutto un libro.
Il rischio che si corre è quello di farne un riassunto noioso, spero di averlo scansato e di aver acceso la curiosità di guardare ai lavori di Olivier Tallec con uno sguardo nuovo, quello dell’autore che presenta i suoi lavori e la fatica che c’è dietro ogni scelta.
Ricordiamo, per chi volesse vedere i lavori di Tallec, la mostra inaugurata ieri presso l’Alliance Française di Bologna (via De Marchi 4), che rimarrà aperta fino all’8 febbraio.
Agata Diakoviez

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