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Il nostro Calvino

15 ottobre 2013

15 Ottobre 1923 nasce a Santiago De Las Vegas Italo Calvino.
Oggi compirebbe 90 anni.

Quando uno scrittore raggiunge la fama e i suoi scritti superano le mode, i tempi e le ideologie, si può dire che quell’autore sia diventato uno degli “immortali”; i suoi libri si possono reperire in ogni biblioteca domestica, si trovano in libreria senza doverli ordinare e, in qualche misura, alcuni “pezzi” dei suoi racconti o romanzi o poesie, li ritroviamo dentro di noi, impressi nella nostra memoria senza sapere bene quando ci siano entrati.
Così succede per Italo Calvino.
Accade poi che un autore tanto conosciuto, per paradosso, diventi un personaggio misterioso, la cui vita, a dispetto di ogni buona biografia, assume tratti surreali.
Improvvisamente l’esistenza di uno scrittore diventa vittima della fantasia dei suoi stessi lettori.
Se si aggiunge a questo, il fatto che spesso, autori così prestigiosi hanno davvero avuto vite avventurose, alle quali per altro si sono ispirati per scrivere i propri capolavori, si può ben capire come Italo Calvino non possa sfuggire ad un simile destino.
Così anche noi di “Radice-Labirinto”, che intensamente amiamo questo autore, abbiamo nel cuore “la nostra” biografia di Calvino.
A dire il vero siamo partiti con le migliori intenzioni, stendendo una pagina con tutte le note biografiche in nostro possesso. Tuttavia ci siamo presto resi conto che ciò che stavamo scrivendo non ci apparteneva davvero: era una biografia fredda e lontana, che non aveva niente a che vedere con il calore e i colori che percepiamo mentre leggiamo la vita di Italo Calvino.
Poi ecco la svolta: leggiamo che Calvino la pensava allo stesso modo.
Non gli piaceva parlare della propria vita, tanto più se doveva essere lui in prima persona a tessere i fili della propria esistenza.
Crediamo avesse la percezione di non dire nulla, preferendo immaginare, come farebbe un suo appassionato lettore, tutto quello che non si dice di un’intera vita.
Nei silenzi, nelle emozioni, nelle pause di un dialogo, racchiudiamo più significati che non nel mero racconto degli eventi.
Allora vi lasciamo immaginare, senza turbarvi, la vita di Italo Calvino e riportiamo solo quello che lui ha scritto di se stesso.
Cosa potremmo dirvi di più?
Vorremmo raccontarvi come la sua casa-bungalow di Santiago, spazzata via da un uragano, ci ricordi l’inizio della grande avventura del mago di Oz; di come immaginiamo il piccolissimo Calvino muovere i primi passi nel luminoso mondo di un orto botanico e credere che quella lussureggiante vegetazione, abbia fatto cadere i propri semi nella sua acerba fantasia, riempiendola di immagini e profumi; di come fantastichiamo sui dialoghi tra Calvino e il suo giardiniere Libereso Guglielmi, ancora vivente, in un giorno di primavera.
Questo uomo visionario che ha saputo trovare le parole perfette per raccontarci i suoi mondi, non ci lascia che poche righe della sua autobiografia.
Rispettiamo questo silenzio e alziamo solo per un attimo il sipario sulla sua vita, ben consapevoli che, a sipario chiuso, tutte le storie sono ancora possibili.

Alessia Napolitano, Libreria Radice-Labirinto, Carpi

calvinoitalo28229[..] Mi chiedete una nota biografica, cosa che sempre m’imbarazza. I dati biografici o anche soltanto anagrafici sono quanto uno ha di piú privato e dichiararli è un po’come affrontare una psicanalisi. (Almeno credo: non mi sono mai fatto psicanalizzare). Comincerò dicendo che sono nato nel segno della Bilancia: perciò nel mio carattere equilibrio e squilibrio correggono a vicenda i loro eccessi. Sono nato mentre i miei genitori stavano per tornare in patria dopo anni passati nei Caraibi: da ciò l’instabilità geografica che mi fa continuamente desiderare un altrove. Il sapere dei miei genitori convergeva sul regno vegetale, le sue meraviglie e virtú. Io, attratto da un’altra vegetazione, quella delle frasi scritte, voltai le spalle a quanto essi m’avrebbero potuto insegnare; ma la sapienza dell’umano mi restò ugualmente estranea. Sono cresciuto dall’infanzia alla giovinezza in una città della Riviera, raccolta nel suo microclima. Tanto il mare contenuto in un golfo, quanto la folta montagna m’apparivano rassicuranti e protettivi; dall’Italia mi separava il sottile nastro d’una strada litoranea, dal mondo una vicina frontiera. L’uscire da quel guscio fu per me ripetere il trauma della nascita, ma solo ora me ne accorgo. Cresciuto in tempi di dittatura, raggiunto dalla guerra totale in età di leva, m’è rimasta l’idea che il vivere in pace e in libertà sia una fragile fortuna, che da un momento all’altro potrebbe essermi tolta nuovamente. In questo assillo, la politica occupò una parte forse eccessiva delle preoccupazioni della mia gioventú. Dico eccessiva per me, per quello che avrei potuto dare io di utile, mentre cose che sembrano lontane dalla politica contano molto di piú come l’influenza sulla storia (anche politica) delle persone e dei paesi. Appena finita la guerra, avevo sentito il richiamo della grande città, piú forte di quello del mio radicamento provinciale. Fu cosí che mi ritrovai per qualche tempo ad esitare tra Milano e Torino: la scelta di Torino ebbe certo le sue ragioni e non fu senza conseguenze: ora ho dimenticato sia le une che le altre, ma per anni mi dicevo che se avessi scelto Milano tutto sarebbe stato differente. Tentai presto l’arte dello scrivere; pubblicare mi fu facile; trovai subito comprensione e favore; ma tardai a rendermene conto e a convincere me stesso che non era un caso. Lavorando in una casa editrice, ho dedicato piú tempo ai libri degli altri che ai miei. Non lo rimpiango: tutto ciò che serve all’insieme di una convivenza civile è energia ben spesa. Da Torino, città seria ma triste, m’accadeva di scivolare spesso e facilmente verso Roma. (Del resto, gli unici italiani che ho sentito parlare di Roma in termini non negativi sono i torinesi). E cosí forse Roma sarà la città italiana in cui avrò vissuto piú a lungo, senza mai domandarmene il perché. Il luogo ideale per me è quello in cui è piú naturale vivere da straniero: perciò è Parigi la città in cui ho preso moglie, ho messo casa, ho allevato una figlia. Anche mia moglie è una straniera: in tre parliamo tre lingue differenti. Tutto può cambiare, ma non la lingua che ci portiamo dentro, anzi che ci contiene dentro di sé come un mondo piú esclusivo e definitivo del ventre materno. M’accorgo che in questa autobiografia mi sono dilungato soprattutto sulla nascita, e delle fasi successive ho parlato come d’un proseguimento del venire alla luce, e ora tendo addirittura a tornare piú indietro, al mondo prenatale. Questo è il rischio che corre ogni autobiografia sentita come esplorazione delle origini, come quella di Tristram Shandy che si dilunga sugli antecedenti e quando arriva al punto in cui dovrebbe cominciare a raccontare la sua vita non trova piú niente da dire.

Italo Calvino, Eremita a Parigi. Pagine autobiografiche.
Milano: Palomar-Mondadori, 1994,

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2 commenti leave one →
  1. 16 ottobre 2013 6:41 am

    Non conoscevo questo brano. Mi ha emozionato. Grazie.

  2. 18 ottobre 2013 9:14 am

    Sottolineo una riga di Calvino. L’energia ben spesa per la convivenza civile, le cose degli altri, mettersi al servizio di qualcuno o di qualcosa che ci sta accanto, fare questo passo e alleggerire noi stessi, ecco mi pare che andare verso la leggerezza di sè potrebbe essere una strada.
    Che bello leggere Angela Nanetti fra i commenti e che belle parole scrive Alessia Napolitano.
    Conosco Alessia dai banchi della Drosselmeier, l’ho vista con i bambini, ho desiderato che diventasse una pedagogista, ma lei voleva essere una libraia e una pedagogista di strada, sotto il meraviglioso portico della maestosa Piazza di Carpi, fra le più belle d’Italia.

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