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Passa anche per la biblioteca la strada per un mondo nuovo

26 ottobre 2013

Gianni Rodari era nato ad Omegna, sulle rive del lago d’Orta.
Nella sua città oggi gli è stata intitolata la Biblioteca Civica, biblioteca che egli stesso aveva inaugurato nel giugno del 1972.
Il discorso che tenne allora, e che vi proponiamo di seguito, è di una lucidità e potenza incredibilmente attuale.
Ecco quello che fanno i maestri: indicano una strada, segnano un percorso, a noi non resta che camminare per diventare come diceva Gianni Rodari creatori di cultura, e non essere solo consumatori di cultura.
Buona lettura.
Redazione ALIR

rodari

INAUGURAZIONE DELLA NUOVA SEDE DELLA BIBLIOTECA CIVICA
OMEGNA 18 GIUGNO 1972

L’inaugurazione di una nuova casa dei libri, nell’anno di grazia 1972, potrebbe anche sembrare un rito anacronistico, un’azione di retroguardia.
Viviamo in una civiltà nella quale la funzione della parola scritta sembra perdere molta dell’importanza che ha avuta nei pochi millenni che ci separano dall’invenzione dell’alfabeto e nei pochissimi secoli che ci dividono dall’invenzione della stampa. Nuovi potenti mezzi di informazione e comunicazione sembrano ridurre il ruolo del libro e del giornale e imporre con la loro efficacia, con la loro rapidità, il loro carattere prevalentemente orale e visivo, un nuovo rapporto con il reale, nuove vie alla diffusione della cultura, un diverso modo della stessa socializzazione dell’individuo.
Nella tecnica dell’istruzione stanno entrando di prepotenza le macchine elettroniche, i calcolatori suggeriscono una sorta di industrializzazione dell’insegnamento, i maestri si fanno operatori di audiovisivi.
Il monopolio culturale della parola scritta, se mai è veramente esistito, oggi è sicuramente finito.
È in discussione addirittura il suo primato, del quale sino a pochi decenni orsono non c’era motivo di dubitare. Del resto non si tratta di negare i fatti, ma di interpretarli rettamente. I mutamenti cui ho accennato sono «fatti», ma questo riconoscimento non ci impegna né a cadere in adorazione davanti al televisore e ai computers, né ad accettare acriticamente le previsioni che si fanno sulla fine del libro in un futuro più o meno imminente, sul tramonto inevitabile della parola stampata, sull’avvento di una civiltà post-alfabetica a stretto giro di secolo.
È vero che un’identificazione pura e semplice fra alfabeto e cultura non è stata alta mai legittima. Alcune delle scoperte essenziali che hanno portato alla liberazione dell’uomo dalla catena naturale, al suo distacco dalla zoologia, alla creazione di un mondo umano, sono state compiute da mani che non sapevano scrivere, da menti che non sapevano leggere. Il fuoco, il linguaggio, la ruota, l’addomesticamento e l’allevamento degli animali, l’agricoltura, la navigazione, la lavorazione dei metalli – ma l’elenco completo sarebbe lunghissimo – furono creazioni e invenzioni di analfabeti. Essi ebbero religioni, riti, arti, migliaia decine di migliaia – d’anni prima che nascessero i primi segni scritti.
Quando le grandi civiltà agricole del Mediterraneo, dell’Asia, dell’America pre-colombiana ebbero maturato la necessità della scrittura come di un mezzo per dominare meglio il tempo e lo spazio, strumento di coesione e unificazione di società complesse che si davano fini multiformi, strumento – anche – di potere delle classi dominanti, che se ne riservavano l’uso, la maggioranza degli uomini continuò a vivere senza alfabeto, a elaborare i suoi modelli culturali col solo aiuto della tradizione orale. E a trasmettersi tecniche d’ogni genere, per così dire, di mano in mano, a cantare canti il cui testo non era scritto, a narrarsi miti e fiabe affidate solo alla memoria delle generazioni.
Ecco, per esempio, le fiabe. È un mondo analfabeta che le ha create e conservate. Esse sono giunte a noi come percorrendo un fiume sotterraneo che ha attraversato i millenni, le distanze geografiche, le frontiere linguistiche, mentre alla superficie correvano altri fiumi e ci portavano Omero e Platone, Orazio e Virgilio.
Le fiabe popolari sono diventate parola scritta appena ieri, nel primo Ottocento; o ieri l’altro, se vogliamo ricordarci dello Straparola, di Gianbattista Basile, di Perrault.
La democratizzazione dell’alfabeto è conquista recente, dell’età borghese.
Agli schiavi che gli edificavano le piramidi, il Faraone egiziano non aveva bisogno di chiedere che sapessero leggere e scrivere. Ma il mercante fiorentino del ‘300 per badare ai suoi traffici, per esercitare la sua potenza finanziaria, doveva saper maneggiare la penna, ed ai suoi figli occorreva una scuola.
La rivoluzione industriale creò la necessità di una mano d’opera diversa da quella che bastava alle necessità del proprietario terriero. L’operaio moderno doveva saper leggere e scrivere per produrre al massimo delle sue possibilità.
Lo stato e la società dei nostri tempi, non possono fare a meno, per funzionare in tutte le loro complesse articolazioni, per incrementare in ogni direzione la loro produttività, di una scuola generalizzata, funzionale ai loro fini.
Non vorrei dare l’impressione di ridurre a formulette schematiche processi ricchi invece di aspetti, sfaccettature, contraddizioni, quali quelli cui ho alluso. Sottolineare le ragioni economiche che stanno al fondo – «in ultima analisi» come insegna il materialismo storico delle azioni umane, deve servire a comprenderle meglio, non a spogliarle della loro umanità.
La logica storica del mercante fiorentino non basta davvero a spiegare la Divina Commedia.
Nelle grandi o grandissime linee, tuttavia, quella e non altra è la storia dell’alfabeto, quello il modo con cui essa si intreccia alla storia umana.
Ma dobbiamo ancora ricordare da un lato che nella nostra vita stessa noi viviamo una fase pre-alfabetica di estrema importanza; dall’altro, che ogni cosa nuova che nasce si sdoppia, o addirittura si moltiplica, per servire a diverse esigenze umane; e questo è stato anche dell’alfabeto, che in ogni tempo si è prestato ad essere arma di lotta culturale, sociale, politica.
Circa il primo punto, è quasi impossibile fare l’elenco delle cose che ognuno di noi impara prima di imparare a leggere e a scrivere, senza bisogno di una scuola e quindi anche senza la pressione del giudizio, del voto, della pagella.
Ciascuno di noi ha imparato a parlare, a camminare, a mangiare, a vestirsi per una unica motivazione intima, per il suo bisogno di crescere, per il suo interesse alla vita. un bambino usa il congiuntivo e l’imperativo senza sospettare l’esistenza di una cosa che si chiama verbo. Egli impara giochi e regole di gioco tutt’altro che semplici, senza bisogno che gli si prometta un dieci se gioca bene o gli si minacci un quattro se non ci riesce. Impara i sistemi di parentela, l’uso di innumerevoli oggetti e strumenti. Egli misura, confronta, classifica: il cane è un animale, l’albero no. Tacciamo di tutte le cose che impara dalla televisione, per pura curiosità – non tutte cose utili – s’intende. Anche l’alfabeto lo impara spesso per via naturale, decifrando le insegne dei negozi, le scritte dei manifesti, gli annunci pubblicitari di Carosello.
Da questo punto di vista il più grande servizio che il bambino è in diritto di aspettarsi da noi, è che noi creiamo per lui una scuola nella quale IMPARARE E VIVERE siano la stessa cosa, come fuori dalla scuola; che sappia destare le sue energie e stimolare ad espressione tutte le sue potenzialità collegandosi al suo bisogno di crescere e non imponendogli un faticoso e dannoso adattamento a strutture artificiose e meramente burocratiche.
Circa il secondo punto, è addirittura banalità il sottolineare la straordinaria capacità della parola scritta di diventare strumento di liberazione anziché di dominio; di farsi veicolo delle più alte espressioni, speranze ed ambizioni umane, soprattutto da quando, diventando parola stampata, poté circolare tra le classi e i popoli, sottraendosi al monopolio degli « addetti ai lavori ».
Basta ricordare come il libro sia stata arma essenziale e determinante della nascita del pensiero scientifico moderno, della Riforma religiosa, della Rivoluzione francese, dell’affermazione del principio di nazionalità, del movimento operaio, di tutte le rivoluzioni contemporanee, che ancora non hanno esaurito la capacità di ispirazione delle poche pagine del Manifesto di Marx ed Engels.
Episodi lontanissimi fra loro si danno la mano per richiamarci questa semplice verità: si pensi alla funzione della Bibbia di Lutero non solo per la fondazione di una lingua letteraria in Germania, ma per la stessa formazione di uno spirito nazionale tedesco; o ai milioni di cinesi che imparano a leggere, ma anche a pensare, in modo radicalmente diverso dalla loro tradizione millenaria, sul libretto delle citazioni di Mao Tse Tung, che non è davvero il piccolo catechismo per « gruppuscoli» che molti credono.
Il punto è allora di sapere se per noi, nell’anno di grazia 1972, il libro debba essere, tutt’al più, l’oggetto di un culto nostalgico, e una biblioteca il monumento ai suoi meriti passati, o possa essere altro ancora, qualcosa di direttamente legato alla nostra vita, di importante per il nostro presente e per il nostro futuro.
Che cosa possiamo trovare nei libri che valga la pena di esser cercato, che non possa esser trovato altrove, e che, se mancasse, renderebbe più povero un mondo senza libri?
Innanzitutto, io credo, il nostro stesso passato, cioè il nostro spessore, le radici della nostra umanità. Innumerevoli sono le generazioni che, affondando nel mare del tempo, sorreggono a galla la nostra generazione, « la presente e viva e il suon di lei», per dirla come Leopardi.
E ogni generazione ci ha lasciato nei libri i documenti della sua esistenza, delle sue conquiste, delle sue sofferenze, dei suoi errori.
Noi siamo quello che siamo anche perché abbiamo avuto quei padri ed essi sono stati quello che erano. Nelle loro parole è il seme delle nostre. Nei loro pensieri, il germe dei nostri pensieri. Se non vogliamo vivere come la pianta, che non ha passato, come l’animale, che non ha storia, noi non possiamo fare a meno di studiarci e conoscerci nell’antefatto, nella profondità di cui siamo l’onda di superficie.
Che ce ne rendiamo conto oppure no, noi SIAMO quei libri: SIAMO tutto ciò che è venuto prima di noi ed ha contribuito a modellare la nostra esistenza. SIAMO il Vangelo, SIAMO i filosofi classici, SIAMO Dante e Galileo.
Fanno parte della nostra complessità intellettuale e morale, che li abbiamo letti oppure no, Agostino e Manzoni. Ogni giorno, anche se non ce ne accorgiamo, facciamo i conti con Cartesio e con Hegel, con Vico e con Lenin.
Leggere significa allora acquistare consapevolezza di sé stessi, vivere con più pienezza la vita della nostra mente.
Nei libri, per questo, noi troviamo una fonte di esperienze vitali che non sopporta surrogati.
La parola letta non è uno spettacolo che può esser seguito distrattamente, parlando d’altro.
Leggere è una attività che ci impegna, che mobilita le nostre risorse interne, che esige il nostro giudizio intimo.
Leggere è razionalizzare, criticare, costruire.
Nei libri noi incontriamo le sterminate riserve dell’immaginazione.
E non parlo solo delle grandi opere di poesia o di narrativa in cui uomini di ogni tempo hanno dato voce e sentimenti relativamente senza tempo, a dolori di sempre, a speranze non ancora realizzate.
È vero, come dice Hölderlin, che « was bleibet aber tun di Dichter », «ciò che resta lo creano i poeti ».
Di intere epoche ci restano solo le parole dei poeti, i loro sogni o le loro imprecazioni.
Ma l’immaginazione è presente nelle opere dei filosofi, in Spinoza non meno che in Tolstoj; in quelle degli scienziati, in Galileo e Leonardo non meno che in Shakespeare.
L’immaginazione non è fuga dalla realtà, ma conquista di una realtà più vera di quella che si rivela ad una vista ingenua: la realtà delle cose che non si vedono, la realtà delle cose possibili. L’Orlando Furioso è un poema del passato: ma non appartiene piuttosto al futuro la libertà con cui le sue ottave giocano con il mondo intero?
Marx apparteneva appassionatamente al suo tempo, ma lo guardava da altezze vertiginose, grazie ad un’immaginazione fortissima. E mi piace qui ricordare che lo stesso Marx conosceva a memoria interi brani della Divina Commedia e nel « Capitale» Dante è citato, in italiano, fin dalla prefazione.
Non dico questo solo a uso degli studenti che giudicano inutile o evasivo lo studio di Dante – oggi – ma soprattutto perché mi serve a sottolineare come non vi sia motivo ad erigere frontiere arbitrarie tra ragione e immaginazione.
La mente è una sola, le sue cosiddette facoltà non sono che diversi modi di impegnarsi nella conquista del reale. Oggi gli artisti creano anche con i calcolatori elettronici e i matematici inventano giochi in cui il calcolo e la fantasia collaborano fraternamente. L’immaginazione è uno strumento indispensabile per costruire un futuro migliore.
La parola scritta rimane, mi sembra, lo strumento più prezioso dell’immaginazione: il libro ha ancora molto da darci per aiutarci a trasformare il mondo.
A patto, naturalmente, che il libro serva all’uomo, e non l’uomo al libro. A patto, ancora, che una biblioteca non resti un deposito di libri, destinato alla socializzazione di un sapere precostituito, di una cultura prefabbricata.
Si può essere consumatori di libri, ma lettori vuol dire altra cosa. E si può essere consumatori di cultura, ma noi abbiamo bisogno piuttosto di creatori di cultura.
Una biblioteca, per essere cosa viva, dev’essere un centro di vita e di dibattito culturale in cui i libri, vecchi e nuovi, servano alla produzione di nuova cultura, alla formazione di una mentalità critica nei giovani, alla promozione di un impegno attivo dei cittadini.
Non protesteranno, i Grandi che stanno in questi scaffali, se oltre a frequentarli per il nostro arricchimento personale, li mescoleremo alla vita di ogni giorno, ai problemi del nostro tempo, alla nostra ricerca di una prospettiva per il futuro: anzi parrà loro di rivivere ed effettivamente rivivranno in noi, le loro parole prenderanno nuovo significato a contatto con le cose d’oggi.
I libri vivranno se bambini, ragazzi, giovani, verranno tra loro a cercare liberamente e creativamente, da soli o con i loro insegnanti che li aiuteranno a cercare con metodo, a discutere con i libri da pari a pari, imparando a confrontare, a documentare, a scegliere, a criticare. Anche a rifare, perché no?
Ricordo il giorno in cui una classe di scuola media alle prese con i Promessi Sposi per via dei soliti e noiosi riassunti, riscoprì improvvisamente il libro immaginando al posto dei lanzichenecchi i nazisti, al posto del ‘600 il 1944, con Renzo alla macchia, Lucia insidiata da un Rodrigo segretario del Fascio Repubblichino, Don Abbondio incerto e spaurito fra le brigate nere e i partigiani: come riviveva, nel loro gioco fantastico ma non troppo, arbitrario ma non improduttivo, il vecchio capolavoro; come diventavano chiare le differenze fra l’ideologia manzoniana e quelle dei piccoli «manzoni» del 1970; e come essi tornavano poi sulle pagine a lungo odiate, per spremerne una linfa nuova.
Non penso che il buon Don Lisander, nel suo sereno umorismo, si sarebbe offeso per quell’esercizio non più di scuola, ma di vita.
Come non penso che si offenderà, lui amoroso scrutatore di vecchie carte, di documenti solo in apparenza insignificanti, pronti a riprendere vita dalla sua fantasia, se accanto al suo e agli altri capolavori, raccoglieremo nella biblioteca tutto ciò che si scrive e che si stampa in Omegna e dintorni: dai giornalini scolastici in cui bambini e ragazzi fanno le loro prime prove di autonomi produttori di cultura, ai giornali locali, ai manifesti e agli atti della vita civile, politica, religiosa, culturale della città e della zona, ai documenti scritti delle lotte operaie, nei quali l’alfabeto si rifà arma di emancipazione e liberazione, ai volantini, ai ciclostilati, a tutto ciò che è vita e battaglia; non tanto per la modesta ambizione di lasciare qualche segno del passaggio della nostra generazione su queste rive, quanto per aiutare chi verrà dopo di noi a riconoscersi e a studiarsi in noi.
Una concezione aristocratica della cultura, ribadita dalla divisione del lavoro propria della società in cui viviamo, delega a specialisti e professionisti l’esercizio della parola scritta e stampata.
Ma è una concezione che ha fatto, quella si, il suo tempo.
Chi vive entro quella concezione, e ne vive la crisi, può scambiare quella crisi per un’apocalisse della cultura; così come le classi che in tutto il pianeta, da alcuni decenni, sono costrette a rinunciare in tutto o in parte all’esercizio del potere perché nuove classi si sono fatte avanti, possono scambiare la loro crisi storica, di classe, per una crisi generale dell’umanità, che a me non sembra affatto all’ordine del giorno.
Ci sono forze fresche a sufficienza per far progredire ancora il mondo, per umanizzarlo sino in fondo.
Queste forze sono le eredi di tutta la cultura del passato, della poesia, dell’arte del passato.
Un’eredità di cui non possono fare a meno: obbligatoria, direi, più ancora che legittima.
Passa anche per la biblioteca la strada per un mondo nuovo.

GIANNI RODARI

Il discorso di Gianni Rodari è conservato nel sito ufficiale del Comune di Omegna.

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