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Perché i bambini non diventano lettori

16 luglio 2014

Ultima parte dell’intervento di Grazia Gotti, buona lettura

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Penso che non si nasca con il bisogno di leggere, anche se una delle maggiori reti italiane che promuovono la lettura nel mio paese ha per nome Nati per Leggere.
Sono più vicina all’idea di Gianni Rodari, che designò la necessità di riconoscere un sesto senso, quello che ci fa gustare la pagina scritta. Egli sosteneva che è un senso da creare, piantando un seme, per far nascere la pianta, per poi curarla, annaffiarla, farla diventare forte. Allora se questo seme viene piantato al più presto, in famiglia, a scuola, nella comunità, tanto più possiamo contare di avere lettori fra di noi, lettori che poi diventano gli insegnanti dei nostri figli, che vanno a dirigere le reti televisive dentro le quali i libri non sembrano esistere (in Italia è così), lettori che dopo una giornata di lavoro pesante si riposano e si svagano con una buona lettura, magari in un contesto ambientale gradevole, dove non ci sia troppo rumore. Sento che è in atto un significativo cambiamento. Se consideriamo che l’editoria per adulti versa in una grave crisi, i libri per i bambini e i ragazzi, al contrario, godono di buona salute. Oltre che godere di buona salute, nella quantità è ancora stabile la quota di buoni libri: libri d’autore, libri esteticamente magnifici, libri di divulgazione accurata e intelligente, poesie. Sottolineo la Poesia, settore che in una buona libreria specializzata per ragazzi, deve avere uno scaffale bene in vista, per ricordare al lettore, sia esso un genitore, un nonno, una zia o un insegnante, che la lingua è l’ incanto di tutto ciò di cui stiamo parlando. La lingua, le parole, il modo in cui sono legate, sono la materia prima dei libri. La loro raccolta e conservazione (leghein) diventa libro, non mi interessa se Ebook, se letto su carta, o se ascoltato con le orecchie nel caso i miei occhi non possano più decifrare le parole. La forza delle parole, la loro capacità di raggiungere la nostra intelligenza e il nostro cuore: parole antiche, e sempre moderne, domande, provvisorie risposte.
Italo Calvino in un breve scritto dal titolo “Perché leggere i classici” tenta tredici definizioni e segue un ragionamento fra i più limpidi che io abbia trovato a proposito dei libri e della lettura. Non so se ne esiste una traduzione in castigliano, ma io proporrei queste poche pagine come propedeutica ad ogni persona che si trova a lavorare con i libri e con la lettura.
Al punto 2 Calvino Scrive: “Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.
Quali sono le condizioni migliori? Un giardino? Un figlio finalmente al college così che una madre non debba più occuparsi di lui? Il tempo della pensione?
Calvino prende poi in esame la rilettura e ricorda che le letture in gioventù possono essere poco proficue per impazienza, distrazione, inesperienza delle istruzioni per l’uso, inesperienza della vita. Le letture possono essere formative nel senso che danno una forma alle esperienze umane, forniscono modelli, contenitori, termini di paragone, scale di valore, paradigmi di bellezza, tutte cose che continuano ad operare anche se del libro letto in gioventù ci si ricorda poco o nulla.
Lo scrittore, di “vaste letture”, conclude affermando che rileggendo il libro in età matura, accade di ritrovare queste costanti che oramai fanno parte dei nostri meccanismi interiori e di cui avevamo dimenticato l’origine. Nella mia esperienza di lettrice di età matura il libro per bambini italiano per eccellenza, Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi, mi offre continuamente e con sorpresa, occasioni di confronto. Sempre Calvino, sul finire del suo ragionamento, cita Giacomo Leopardi, un caso di scrittore di “vaste letture” che ha cominciato molto presto il confronto con i classici.
Con saggezza e lievità Calvino conclude il suo scritto preoccupato che qualcuno possa intendere che i classici vanno letti perché “servono a qualcosa”.
La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici.
Grazia Gotti

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