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Pochi piagnistei e pochissimi lettori per non parlare delle librerie

17 febbraio 2015
La librairie La Hune, Paris 6e.

La librairie La Hune, Paris 6e.

Se i lettori, come dai recenti dati ISTAT, in Italia sono diminuiti, sembra che quelli dei commenti, ai commenti, sui commenti nei post di facebook sono notevolmente in crescita.
Il suddetto fenomeno ovviamente non può che produrre un crescente e sempre più alto numero di commenti, che generano altri commenti.
Da questo girare commentoso, a vortice sfrenato, a volte nascono interessanti discussioni, che andrebbero acchiappate al volo e messe con le spalle al muro per arrivare, o magari ripartire, con slancio nuovo.
In principio fu Paolo Canton, che pubblicò 11 ore fa sulla sua pagina facebook un post, dedicato alla chiusura delle librerie, che inizia così:
Scusate se sembrerò polemico… da inizio così a una lunga e interessante discussione su:
chiusura delle librerie; analisi emotiva del perché le librerie chiudono; cinici manager; rasoi fabbricati a Occam; erreurs de gestion; abbasso il romaticismo; nanoeditoria non di qualità; la Fiera di Roma; calo dei lettori; variabili indipendenti; utilità del lamento; si è sempre fatto così; il filo del rasoio; difesa di categoria; eliminiamo le rese (prima dei librai?); summit; qualità del cibo di Carpi; senza disdegnare la cucina bolognese; l’uovo e il muro (da che parte vi mettereste voi?); qualcuno ha perso il filo (in effetti erano un po’ tanti); libraie brave e devote(?).

Ho sintetizzato sopra i temi toccati nella discussione, nella quale sono intervenute diverse persone.
Ho scelto di riportarvi il commento di Teresa Porcella, tutti gli altri potete leggerli nella bacheca di Paolo Canton, per condividere un’analisi che può rivelarsi utile se insieme saremo capaci di trovare risposte nuove a problemi che conosciamo a memoria.
Nel frattempo resta inconfutabile che se una libreria chiude chi è sconfitto non è solo il libraio, per tutti i motivi che ciascuno può metterci, ma anche una comunità che non è stata capace di sostenere e alimentare una sua fonte di pensiero.
Agata Diakoviez

Commento di Teresa Porcella
Ecco, un’altra libraia.
Arrivo ora a leggere tutto lo scambio e, ammetto, prevale il dispiacere su tutto. Dispiacere perché gli ordini di ragionamento fatti, le persone che li hanno proposti, meritano tutti un ascolto rispettoso. E invece ha prevalso altro. Credo che Alessia abbia sintetizzato bene quello che molti di noi, che fanno questo mestiere, cercano di spiegare a chi questo mestiere non lo fa e a chi, per contiguità di filiera, lo lambisce.
A fare i librai (nel senso di venditori puri di libri) si chiude, perché il ricarico che abbiamo è insufficiente (guarda caso non esiste in nessun altro comparto), perché il sistema delle rese è nefasto (concordo con Paolo ma bisogna poi vedere come riaggiustare questo parametro dentro il nodo dell’oligarchia distributiva…), perché il libro come merce presuppone competenze larghe, non solo bibliografiche, ma organizzative, relazionali e, ovviamente economiche. Su questo, Paolo e Diletta hanno ragione da vendere.
Da libraia fiorentina, ho assistito con fastidio alla confusione informativa intorno alla chiusura della libreria Edison, dove si è più volte si è mescolato il dato di cattiva gestione “alla testa” dell’impresa, con il requiem generico sulla morte delle librerie. E’ questa confusione che va evitata.
Ma, detto questo, sul comparto libreria, come sul comparto editoria, Loredana Lipperini dice le verità essenziali: c’è una cirisi di settore che non può essere ignorata, proprio stando ai numeri.
Se dentro un comparto, sono più gli esercizi che chiudono di quelli in buona salute, una ragione ci sarà che vada oltre le capacità individuali.
Bisogna ragionare su nuove regole, nuove strategie di mercato. Non è che a chiudere sono solo i librai con scarso adattamento ai cambi di realtà o gli utopisti indomiti. Conosco bravi librai che lottano con il calo dei lettori che, i dati ISTAT, ci dice aver intaccato anche la fascia 6-10 anni (lo zoccolo duro è sceso di un 4,3 % circa, mentr gli editori, tutti, si buttano a fare libri per ragazzi, perché quelli “vendono”…). E la guerra tra poveri è la peggior cosa che si possa fare.
Siamo a un nuovo giro di boa, si sta a discutere di liberalizzazione di prezzo del libro e, per quanto la Legge Levi sia pessima (e lo è),offre comunque una tutela maggiore ai libriai indipendenti che la sua scomparsa. Brutto dirlo, ma è così.
Le consorterie da un lato, i personalismi dall’altra, impediscono che librai, editori, distributori, e quanti si occuapano di cultura in questo Paese, riescano a fare un discorso compatto . Non ho ricette pronte, ho, come tutti, riflessioni e proposte. Ma se non siamo capaci, neanche dentro il piccolo mondicino di Facebook, di condividerle con serietà e serenità, davvero, provo sconforto. Molto sconforto. Come quando, dai rapprestanti del ministero si sente dire: Ma voi librai vi odiate tutti che oguno parla male dell’altro? Ecco, così ci comportiamo, così siamo percepiti. Non si va da nessuna parte, in questo modo.

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One Comment leave one →
  1. 9 marzo 2015 10:43 am

    Non posso che dare ragione a Teresa

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