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Tre domande a Gilles Bachelet

14 febbraio 2016
  • Ogni suo libro è un amplificarsi di metafore, di rimandi che allargano lo sguardo dei lettori.
    I suoi primi lavori fanno pensare a René Magritte, a le saboteur tranquille. Si avverte la piena fiducia nella potenza dello sguardo dell’infanzia, che può immaginarsi tutto, pensare che ogni cosa sia possibile: un coniglio con un orologio nel taschino, o un gatto con una grande proboscide.
    Secondo lei la letteratura come la pittura, devono continuare a raccontare storie in cui a ciascuno, bambini e adulti, sia concesso di reinventare la realtà?

Non penso mai quando inizio un libro a qualcosa di preciso, non ho in testa un tema prefissato, preferisco fare, realizzare quello che più mi diverte.
Il mio lavoro nasce aperto a letture diverse, e così che riesco a toccare i vari aspetti della realtà.
Per me gli adulti e i bambini sono persone, non sono un target.
Quando ho un’idea spero possa divertire entrambi.
La citazione del Settimo Sigillo di Bergman (nel Il Cavaliere Panciaterra n.d.a. ) viene avvertita e diverte sicuramente più l’adulto, ma quel che più conta per me è l’atmosfera dell’opera che deve divertire entrambi.

  • Schiettezza ed energia ampliano ogni sua illustrazione, quel che però permea tutto è la sua fortissima ironia. Quanto conta il saper ridere per un artista?

Il mio principale obiettivo è quello di far ridere.
Io sono per natura pessimista, ma amo vedere e mostrare il lato ironico della vita.
Con La Signora Coniglio Bianco ad esempio non avevo intenzione di affrontare il tema della condizione femminile, volevo dedicarmi a Lewis Carroll; incentrando il lavoro su un diario intimo femminile di quell’epoca è venuto fuori anche quest’aspetto, ma non era stato quello il punto di partenza.
Anzi, l’inizio l’ha dato un episodio della mia vita: avevo dimenticato il compleanno di mia moglie!

  • Del suo ultimo lavoro Les Coulisses du Livre Jeunesse, l’ultima raffigurazione, Le pilon, mi ha colpito, e mi è sembrata perfetta sia come conclusione che estremamente rappresentativa del lavoro di ogni artista. Dopo l’invenzione del personaggio quel che resta è il personaggio, tutto il resto passa nel pilon, nel pestello.
    Lo scrittore, l’illustratore, come ogni genitore, deve lasciare spazio ai suoi figli, viene triturato, sminuzzato. Era questa l’idea che soggiace all’immagine che ha realizzato?

È molto bella questa domanda. Non l’avevo immaginato così, anche se poi è stato naturale che quella divenisse l’ultima tavola.
La vanità e la precarietà del lavoro dell’artista è talmente smisurata che viene poi naturalmente annullata e triturata dalla sua stessa sovrapproduzione.
Ciascuno annega nel proprio ego.
C’è però un altro aspetto che volevo evidenziare: oggi c’è un’ignoranza enorme sui grandi illustratori del passato. Nicole Claveloux o Jean-Jacques Sempé sono per molti giovani degli sconosciuti, perché non fanno come nel caso di Claveloux nuovi lavori.
Non c’è una curiosità che conduce alla scoperta, alla conoscenza e poi alla reinvenzione.
Anche per questo motivo tutto viene triturato.
Vi è un prolungamento magari del segno dell’artista amato, si fanno delle copie, ma nulla più.
Quest’ultimo lavoro non è nato come un libro, erano dei disegni che avevo realizzato per divertirmi con i miei amici, li pubblicavo su facebook, senza l’idea di farne un lavoro, poi l’editore de L’atelier du poisson soluble, mi ha chiesto di pubblicarlo, mi ha detto che voleva farne 5000 copie e io gli ho detto: ma sei pazzo!

Intervista a cura di Agata Diakoviez, con la collaborazione di David Tolin per la traduzione dal francese.
 

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