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In quelle nostre piccole tasche di un tempo, un inventario universale…

14 giugno 2016

610ATd4ZnBLÈ il bianco il colore predominante nel lavoro a quattro mani di Alessia Napolitano e Silvia Molinari. Il bianco un colore a cui facciamo poco caso, quasi non fosse colore. 
Il Cosario è una poesia di piccole cose, di stagioni, del tempo che passa lentamente, di mappe e piccoli tesori, di tutte quelle cose, emozioni che ci riportano all’infanzia, al tempo in cui quel che bastava era solo il tempo per poter giocare. 
Le cose, gli oggetti magici non erano i giochi, ma piccoli amuleti a cui l’infanzia consegnava poteri magici, quelli che servivano per diventare grandi da piccoli. 
Di questi momenti, di queste piccole invisibili e importanti magie racconta Alessia Napoletano e disegna Silvia Molinari.

A loro chiediamo di accompagnarci in questo viaggio tra le parole e le immagini, e di iniziare questa conversazione raccontandoci l’emozione che da adulte hanno provato, in questo amarcord di giornate passate a riscoprire piccoli segreti.

Alessia: Cara Agata, le emozioni sono affiorate piano piano, nel tempo dilatato e sospeso dei ricordi. Mettere insieme il catalogo degli oggetti presenti nel Cosario è stato semplice perché, sia per me che per Silvia, l’infanzia ha costituito un periodo denso che ha lasciato un segno vivido. La cosa forse più sorprendente di questa ricognizione è stato il riconoscersi nei ricordi l’una dell’altra. Anche se io e Silvia ci siamo conosciute in età adulta, infilare la mano in quelle nostre piccole tasche di un tempo, ha messo in luce una sorta di “inventario universale”: castagne matte, piume, gusci d’uovo, etichette, fazzoletti, biglie, graffette…quante cose accomunano le tasche dei bambini! E non solo della nostra generazione. Pare che in qualche modo le cose finite nelle tasche, per una misteriosa e selettiva forza d’attrazione, siano sempre le stesse. Che l’infanzia sia fatta di molte sfumature e, in conclusione, di molte infanzie, è vero; ma l’infanzia delle – e nelle – tasche pare sia una. Tuffarsi in questo intreccio di ricordi è stato emozionante e commovente e ci ha riportate ai bambini di oggi ai quali dedichiamo Il Cosario, nella speranza che possano scoprire tesori di poco conto ma tanto preziosi.

Silvia: In realtà, nel mio caso si è trattato solo in parte di un tuffo nel passato: alcune presenze de Il Cosario sono sì frammenti di un’infanzia dolcissima, ma per lo più non si sono mai allontanate, hanno solo cambiato tasca. Abbiamo attinto da un bacino di oggetti speciali che abbiamo constatato essere universale, in cui i tesori di me ed Alessia bambine appartengono, al pari dell’immaginario infantile, a quello poetico. Che, per natura, non ha tempo.
Non ho mai perso l’abitudine a soffermarmi sui preziosi oggetti che gli spazi, aperti o chiusi, ci portano in dono. Non è solo una questione di età, ma di attenzione, di cura.
Il Cosario racchiude il ricordo di estate roventi, il tocco asciutto di una nonna, il gelo che attraversa le muffole di lana bagnate di neve così come l’attimo appena trascorso, la tenerezza di un gesto, di uno sguardo che vede e raccoglie facendosi custode di un segreto.

Le cose nascoste nelle tasche sembrano i segreti di una vita, ma non solo. Hai infilato le risate e il pianto, le corse, e i profumi, le carezze e le promesse. Tutta la frenesia che accompagna ogni bambino nella scoperta del mondo, ma insieme la lentezza monotona del canto delle cicale, dei pomeriggi silenziosi passati a raccogliere pietre rese preziose dai raggi del sole.
Il tempo del gioco si ferma: bisogna cercare una strada su di una mappa immaginaria. 
Il bambino torna a cercare nelle tasche, per ricevere una carezza, per sentire il profumo della nonna, e poi subito riparte, il gioco ricomincia.
Il mondo non ci sta tutto nelle tasche, bisogna correre per scoprirlo e nasconderlo di nuovo.
Cosa hai oggi nelle tue tasche, quali segreti scopre e nasconde l’infanzia?

Alessia: Cara Agata, oggi come allora le mie tasche sono ricolme di piccole cose. Ora ti faccio una cernita in diretta: un elastico, la farfalla di un orecchino, un chiodo, un pezzo di scotch, un fiore di tarassaco appassito. Sai, i miei vestiti preferiti hanno tutti le tasche, perfino quelli più eleganti.
Quando con Silvia abbiamo iniziato a pensare al Cosario, per prima cosa ci siamo chieste se le tasche dei bambini fossero ancora nascondiglio di tesori come lo sono state per noi. Così ho indagato, e devo dire, che a parte qualche eccezione, tutti i bambini incontrati custodivano segreti e minuscole meraviglie. Ci deve essere un legame speciale tra l’infanzia e le tasche, una sorta di tacito accordo volto a preservare intatto un mistero profondo legato alla capacità di provare affetto per le piccole cose. Spesso capita che l’infanzia la si veda solo quando siamo cresciuti, come in una retrospettiva; forse allora le tasche sono una caverna buia dove è sempre possibile fare gli archeologi sui propri sogni, le proprie aspettative, i profumi, le carezze perdute o dimenticate. Infilare una mano in tasca è un gesto antico.

I disegni che accompagnano le parole sono piccole tracce in mezzo al bianco. Alcuni oggetti sembrano appartenere ad un tempo lontano, quasi sconosciuto. Altri sembrano quasi voler saltar fuori dalla pagina, correre a nascondersi lì da dove sono stati tirati fuori. Nulla si sovrappone, parole e disegni sembrano scorrere insieme, in quel silenzio necessario ai segreti.
Disegni silenziosi, che mostrano oggetti mille volte sfiorati, che si sanno a memoria.
 Come hai scelto le cose da disegnare?
 Hai pensato alle tasche segrete in cui da bambina cercavi e nascondevi le tue cose preziose?
 Cosa nascondono le tasche di un’illustratrice?

Silvia: Io e Alessia abbiamo passato giornate a fare elenchi (ah, gli elenchi!) di oggetti cari. Alcuni erano ricordi, altri li abbiamo cercati nelle tasche altrui, ma quasi tutti sono letteralmente usciti dal capolinea delle tasche: scatole e cassetti di entrambe. C’erano le cose che non potevano mancare, quelle molto care, quelle molto belle, quelle che custodiscono ricordi particolarmente preziosi, quelle magiche, quelle buffe.
Ho cercato di bilanciare scelte formali, affettive e di composizione. In alcuni casi sapevo esattamente come desideravo risultasse la tavola finita, in altri ho fisicamente disposto gli oggetti sul foglio di cotone bianco, di un biancore vicino a quello della neve, purissimo ma non ottico, spostandoli via via un poco più in alto, in basso, cambiandone l’inclinazione… li ho fatti danzare per poi lasciare nuovamente respirare la carta. Come tu stessa dici, in silenzio.
Ho sempre cercato di inserire in tutti i miei lavori la componente del tempo, inteso non come precarietà, ma come leggerezza, assenza di peso: la bellezza struggente di qualcosa che è ora è qui, appoggiata a questo piano bianco, ma tra poco chissà.

Italo Calvino, nelle Lezioni americane, quando parla della Visibilità dice:
Se ho incluso la Visibilità nel mio elenco di valori da salvare è per avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini.
Il vostro lavoro è sicuramente un antidoto a questo pericolo, però non credete che Calvino abbia in qualche modo centrato appieno quello che aveva previsto con trentanni d’anticipo?

Alessia: Tu sai, Agata, quanto io sia legata a Calvino, e non solo perché ha ispirato il nome della mia libreria, ma perché credo che con le sue Lezioni americane, abbia tolto una patina dalla nostra contemporaneità, fatta di brevi emozioni, di immagini effimere e di libri usa e getta, e affondato la lama della sua intelligenza nel futuro per risvegliare, anzi tempo, il nostro senso critico prevedibilmente disorientato da una cultura commerciale senza scrupoli.
Come non essere d’accordo dunque nel voler preservare il valore della Visibilità?
Mi consola il fatto di aver riscontrato, come ti raccontavo prima, ancora tanti tesori nelle tasche dei bambini e di essermi sorpresa a pensare che forse esiste una resistenza tenace alla meraviglia e all’immaginazione che pervade ancora l’infanzia. E’ vero che molte infanzie si vedono scucire gli orli da un’adolescenza sempre più precoce e da un’età adulta che pare aver dimenticato quanto fosse bello giocare e immaginare; ma proprio per questo è necessario suscitare nei bambini e negli adulti un turbamento attraverso i libri.
Il Cosario desidera abbracciare un pubblico ampio, vedere seduti vicini grandi e piccini a leggere di sé attraverso quel linguaggio universale e misterioso che è la poesia.
La poesia è un genere ormai poco frequentato dagli adulti e per questo tenuto lontano anche dai piccoli lettori, perché se è vero, come dice Pennac, che la conoscenza può essere passata solo attraverso il canale affettivo, allora è facile capire come la poesia non arrivi più ai bambini.
Sono molto grata a Giuliana Fanti per aver accettato di scrivere nel frontespizio del Cosario poesia di e non testo di…, perché credo sia proprio la poesia a raccontare il mondo per immagini lasciando al contempo tanto spazio bianco per immaginare ciò che manca o che appartiene solo al lettore.
Tu, cara Agata, parli di Bianco e questo colore non è solo il respiro per i disegni di Silvia, ma anche il silenzio tra le parole delle poesia, quello spazio in cui mettere a fuoco, come dice Calvino, visioni ad occhi chiusi, tentare tuffi nel proprio presente e nel proprio passato, sia esso remoto o vicino, uno spazio dove sia possibile far scaturire forme e colori dall’allineamento di caratteri alfabetici.

Silvia: La perdita della capacità di vedere al di là del percorso tracciato, di mettere a fuoco immagini sul fondo (di un torrente, di selciato, di un sogno), accettando pigramente ciò che ci viene messo tra le mani, è un pericolo costante, perché è un passaggio che avviene senza rivoluzioni, ma per assopimento. C’è invece vita, cura e gioia nell’abbandono ai sogni, ai giochi, all’invenzione, al vento, al silenzio, al Bianco. E’ il bianco a definire quello che c’è, il vuoto restituisce distanze, presenze e respiri.
E’ bello che tu, Agata, definisca Il Cosario un antidoto alla perdita di certe fondamentali caratteristiche umane, perché di fatto, nelle intenzioni mie e di Alessia, lo è. Abbiamo soffiato tra le pagine infanzie e attimi potenti quanto infinitesimali, servendoci della forma scritta e di quella pittorica. E quanto ancora c’è da dipingere e da narrare; ogni anno, c’è un Cosario in più.

Agata Diakoviez

Cosario

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