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Il variopinto mondo di Pavel Čech

17 ottobre 2017

Abbiamo chiesto al curatore di questo silent book, Stefano Baldussi, di parlarci dell’autore e illustratore della Repubblica Ceca, Pavel Čech, in occasione dell’uscita di A. Un libro e una storia per far scoprire a grandi e piccoli cos’è una dittatura. Leggete qui sotto e poi andate in libreria a chiedere il libro.

Nato a Brno nel 1968, già da piccolo Pavel Čech era un appassionato lettore. Sognava, da grande, di diventare uno degli eroi dei suoi libri preferiti, quelli d Jaroslav Foglar o, addirittura, Winnetou – il coraggioso indiano protagonista dei racconti di Karl May. Divenne, invece, manutentore in una grande azienda di proprietà statale in Cecoslovacchia: si occupava di riparare le grandi (e piccole) macchine della fabbrica ogni volta che queste non erano all’altezza dei “piani di produzione”. Ma il suo desiderio di avventura, la voglia di disegnare e raccontare storie sempre nuove e avventurose continuava ad accompagnarlo: mentre i suoi colleghi pranzavano o si esercitavano in palestra, Pavel Čech prendeva il suo inseparabile taccuino e con la matita dava forma e vita a brevi racconti avventurosi. Dopo essere stato per qualche anno anche vigile del fuoco, dal 2004 Pavel Čech ha deciso di dedicarsi interamente alla sua passione: disegnare, dipingere, creare personaggi e storie originali nelle quali ritroviamo alcune caratteristiche comuni.
Il primo “vero” libro di Pavel Čech esce nel 2001: è una fiaba natalizia dal titolo Florimon va in città (ed. Ecolibri, 2011) nella quale racconta di un bizzarro diavoletto, mandato in città apposta per fare dispetti agli spazzacamini. Tra questi incontra una ragazza speciale che con la sua gentilezza e con la tenerezza dei suoi sorrisi riesce a redimere Florimon e a fare di lui una persona buona.
Del 2005 sono, invece, O Zahradě (Il Giardino) e O Mráčkovi (La Nuvoletta). Nel 2007 esce il racconto O Klíči (La Chiave). Segue, nel 2009, il libro a fumetti Tajemství ostrova za prkennou ohradou (Il segreto dell’isola dietro lo steccato) per il quale l’autore ha ricevuto il premio Muriel per il miglior fumetto ceco dell’anno. Più tardi arrivano Le Avventure del Ragno Giglio (ed. Ecolibri, 2011) e la raccolta Dědečkové (Nonni).
La notorietà presso il grande pubblico arriva poco più tardi con un grande libro a fumetti: Velké dobrodružství Pepíka Střechy (La Grande Avventura di Pepík Střecha, premio Magnesia Litera, 2013): un timido, esile e balbettante antieroe parte per una grande avventura grazie alla quale impara a conoscersi e ad avere maggiore fiducia in se stesso.
Nel 2015 pubblica una raccolta di brevi racconti dal titolo eloquente: Skorotucet (Quasi una dozzina). Nel 2016 esce “A”: una sola lettera per titolo, un libro senza parole che nasce da una “semplice” domanda rivolta all’autore dal figlio František: “Papà, che cos’è la dittatura?”.
Anche questo è un “libro per bambini” o, meglio, è anche per bambini: le illustrazioni non sono anatomicamente perfette, né sono quelle che ci si aspetta da un fumetto. Sono, invece, proprio di quelle che ci si aspetta da un libro per bambini: le persone sembrano essere disegnate in modo più semplice, ma grazie alla precisione e il livello di dettaglio impiegato per l’ambiente circostante e lo splendido uso del bianco e nero, prima, e dei colori poi, arrivano a creare un’atmosfera da favola.
Quest’ultima opera, pubblicata in Italia da Publistampa Arti Grafiche di Pergine Valsugana (TN), ci porta nel terribile e oppressivo mondo della dittatura, dove a farla da padrone è il culto della personalità e nel quale riecheggia l’esperienza dell’autore – nato poco dopo la fine della “Primavera di Praga” e che ben conosce la cosiddetta “normalizzazione” degli anni Settanta. Il potere è saldamente in mano ai militari e alla polizia, tutti sono uguali ma, come al solito, alcuni lo sono di più. Una storia ancora attuale come attuali sono ancora oggi la ricerca di libertà e di migliori condizioni di vita che muove milioni di persone.
La città di “A” è chiusa all’interno di un alto muro: tutto è grigio, triste. Non solo le case e gli alberi, ma anche i giorni stessi e le persone. Tutti si alzano dal letto alla stessa ora, ascoltando la stessa stazione radiofonica, tutti indossano un identico copricapo sul quale è scritto il proprio numero identificativo. E non a caso al protagonista tocca il 21 8 68: il 21 agosto 1968, infatti, i carri armati di cinque Paesi del Patto di Varsavia soffocarono gli entusiasmi del movimento di risveglio democratico che da qualche tempo aveva preso vigore in Cecoslovacchia. Come in un romanzo di Orwell, gli abitanti di questa città passano le loro giornate nel grigiore opprimente di una dittatura che ha occhi e orecchi a ogni angolo di strada per accertarsi che nessuno pronunci nient’altro che la lettera “A” – una sorta di pensiero unico imposto dal Capo, che a sua volta vive in un palazzo a forma di A. Il nostro eroe, tuttavia, non si lascia normalizzare così facilmente e continua a coltivare il suo sogno.
È in una pausa del lavoro che il nostro si imbatte nella lettera “B” e riesce a vedere oltre il muro, scoprendo che non lo protegge da quello che sta lì fuori.
Un libro a tratti commovente, come nella dedica al “rivoltoso sconosciuto” di Piazza Tien-an-Men, capace di fermare, “armato” delle sole borse della spesa, una colonna di carri armati.
In questa, come in altre opere, Pavel Čech dimostra e dichiara una profonda gratitudine verso quegli autori e illustratori che lo hanno accompagnato nell’infanzia e nella sua autoformazione – seppur detto per inciso, va sottolineato che è autodidatta sia nella scrittura, sia nell’illustrazione. Questo legame con i “grandi” del passato si ritrova anche nelle tecniche utilizzate: Pavel Čech continua a tratteggiare, con segno volutamente imperfetto e fanciullesco, una linea che lo unisce a Miroslav Šašek da un lato e a Jiří Kolář dall’altro. Per citare solo due esponenti delle arti visive che i libri di Pavel Čech ci invitano a (ri)scoprire.
Stefano Baldussi

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