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Carta Bianca ad Angela Nanetti

31 marzo 2018

Angela Nanetti, nata a Budrio, laureata in Storia Medievale e trasferitasi a Pescara dove ha insegnato per molti anni, é autrice di numerosi romanzi, letti da molti ragazzi, adolescenti e adulti, in Italia e all’estero. Il suo ultimo lavoro, Il figlio prediletto, è uscito questo gennaio per Neri Pozza. Lasciamo “carta bianca” all’autrice per farci raccontare la sua poetica, i suoi temi, la sua letteratura (senza differenziazione alcuna… bambini, ragazzi, adulti), le sue storie.
Per capire come ha costruito, storie come Cambio di Stagione, L’uomo che coltivava le comete o i più recenti Mistral, romanzi a tutti gli effetti per tutti, perché, come da anni affermano librai, bibliotecari e addetti ai lavori: “non esiste la letteratura per ragazzi, ma esiste la letteratura”. Per scoprire il suo rapporto con la Storia: ha scritto molte biografie romanzate, da Il sogno di Cristina e L’amor segreto, fino al recente Il bambino di Budrio.

Nel 1984 una piccola casa editrice di Trieste, che avevo scoperto casualmente mettendo piede per la prima volta alla Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna, pubblicò il mio primo libro, Le memorie di Adalberto, dopo un’ attesa di un paio di anni e una serie di rifiuti per me incomprensibili. La casa editrice si chiamava Edizioni EL e col tempo diventò EL, Emme Edizioni, Einaudi Ragazzi, uno dei riferimenti più importanti e prestigiosi della letteratura per ragazzi in Italia. Dunque un incontro fortunato e un “matrimonio”, il nostro, durato una ventina di anni. Che cosa favorì quell’incontro? Che cosa permise a una totale sconosciuta, che aveva avuto la presunzione di cimentarsi con un romanzo per ragazzi, di essere accolta e inserita nella collana “Le letture”, Premio Andersen–Baia della Favole 1982? Direi la loro originalità. “Le letture” erano la prima collana di tascabili per ragazzi, divisa dai colori per livelli di competenza, libri dal formato di un giornalino, agili, freschi e nuovi non solo nella forma e nella illustrazione ma anche nei contenuti. Le memorie di Adalberto erano un breve romanzo, che rispecchiava queste caratteristiche, ironico e non banale nei contenuti: un connubio perfetto. E tuttavia il manoscritto era stato rifiutato da numerosi editori e dentro alle stesse Edizioni EL aveva incontrato dubbi e perplessità iniziali, perché metteva al centro delle vicende Adalberto, un preadolescente pieno di insicurezze, riservando un’attenzione particolare ai problemi del corpo che cambia. Il corpo che cambia nell’età tra i dodici e i tredici anni registra i suoi primi, vistosi segnali, le sue misure e dismisure, compresa quella del “coso”, generando inquietudini e paure che vengono normalmente ignorate dagli adulti, soprattutto nella scuola. In quegli anni queste tematiche erano anche totalmente assenti nella letteratura per ragazzi, ma io ero convinta che per farsi leggere e amare un libro dovesse favorire l’identificazione tra lettore e personaggi, e che un dodicenne che si racconta, come Adalberto, dovesse risultare credibile sia nel linguaggio sia nei problemi, senza censure. Il libro infatti incontrò subito un’adesione totale da parte dei lettori di entrambi i sessi, ricevette l’Andersen nel 1985 e fu tradotto anche in numerosi Paesi europei. Dopo un decennio di quasi ostracismo nella scuola, fu progressivamente accolto e continua a essere letto come una sorta di classico a partire dagli ultimi anni delle elementari. Ho raccontato il mio esordio, perché in quel piccolo romanzo e nelle ragioni che mi spinsero a scriverlo ci sono già gli elementi fondamentali della mia “poetica”: fedeltà a me stessa e alle ragioni del mio scrivere; rispetto del lettore bambino/ragazzo; ricerca della autenticità dei personaggi e della storia; lavoro sulla pagina e sulla scrittura.
La fedeltà a me stessa mi ha sempre portato a seguire solo le mie ragioni e a tenermi lontana dalle mode e dalle richieste del mercato. Con Le Memorie di Adalberto la sfida fu quella di indurre a leggere dei non lettori: di qui la scelta dell’io narrante, che favorisce il meccanismo di identificazione, e lo sforzo di costruire un preadolescente credibile lavorando sulla psicologia e sul linguaggio. Cosa pensa Adalberto? Come si relaziona agli altri? E soprattutto, come parla? Da principiante qual ero, e per le ragioni che ho indicato, il libro mi richiese, tra soste e revisioni, circa due anni. Dopo “Adalberto” ho continuato a costruire storie e caratteri, maschili e femminili, di impronta realistica, con un’attenzione particolare alle relazioni familiari (vedi “Veronica”) e al tema dell’innamoramento (Cambio di stagione, Guardare l’ombra e, più tardi, Mistral), da me sentito come un’esperienza emotiva e fisica fondamentale nell’età della crescita. Sul modello di “Adalberto” anche in “Veronica” ho usato l’io narrante, perché mi permetteva una forte caratterizzazione del personaggio e l’uso di un registro ironico e scanzonato, mentre nei romanzi rivolti agli adolescenti ho utilizzato la narrazione indiretta, che favorisce un lavoro di introspezione più complesso, una narrazione più articolata e un uso più ricco e vario della lingua, meglio adeguati all’età dei lettori. Si tratta di storie difficili, la seconda delle quali drammatica perché racconta lo stupro subìto dalla protagonista, nelle quali ho cercato di raccontare l’esperienza amorosa sottraendola ai romanticismi stucchevoli e alla banalizzazione, dando voce al desiderio e all’incantamento, al tormento della delusione e al sogno, alla umiliazione e allo smarrimento, senza forzature e senza ammiccamenti facili, nella convinzione che il rispetto del lettore richieda l’autenticità dei personaggi e delle storie, ma anche una modalità comunicativa adeguata all’età. Tutto si può dire e scrivere, ma c’è un “come” da tenere costantemente presente. E a proposito di questo, che è poi il ragionare sulla lingua e la scrittura, negli anni e con l’acquisizione di un mestiere sempre più sicuro, le mie narrazioni hanno incominciato a percorrere sentieri differenziati e la scrittura in questo cammino le ha accompagnate: dal “realismo” iniziale di cui ho detto al “realismo fiabesco” di L’uomo che coltivava le comete, La città del circo pop corn e Viola dei cento castelli; dalla narrazione mista, prosa e poesia, di Azzurrina alla scabrosità anche linguistica di I randagi e Gorgius; dalle biografie romanzate di Cristina Belgioioso ed Era calendimaggio, poi divenuto L’amor segreto, al doppio registro narrativo di Morte a Garibaldi, alla prosa poetica di Un giorno un nome incominciò un viaggio.
L’opera di passaggio è stato il romanzo per ragazzi che mi ha resa nota non solo in Italia, ma anche in Paesi lontani: Mio nonno era un ciliegio.
Questo libro affronta il tema della morte, utilizzando ancora una volta un io-narrante infantile. Tonino è un bambino di nove anni, che ricorda il suo rapporto con due nonni speciali, il nonno Ottaviano e la nonna Teodolinda, e con il ciliegio Felice, piantato dal nonno alla nascita della madre e simbolo della continuità della vita. Il tema, delicato e difficile, è “alleggerito” dal parlato infantile, che mi ha permesso uno sguardo diverso sulla vita e sulla morte, dall’uso di un registro ora ironico ora poetico, e dall’impiego della metafora. Il ciliegio nella narrazione diventa infatti metafora della continuità della vita, della relazione tra generazioni e della memoria, riuscendo in questo modo a dare senso e risposte al vuoto lasciato dalla morte. L’uso della metafora, riproposto in L’uomo che coltivava le comete, ha permesso anche in questo caso un livello di lettura più ricco e complesso rispetto a quello lineare, alleggerendo una storia cruda per mezzo di un linguaggio fortemente poetico. Proprio questa possibilità di livelli diversi di lettura ha fatto sì che entrambi i romanzi fossero letti e apprezzati non solo dai ragazzi ma anche dagli adulti, e ha offerto a me lo stimolo per esplorare altri percorsi narrativi, sperimentando una scrittura più ricca e varia. E’ stato dunque abbastanza conseguente il mio approdo al romanzo per adulti, ma non è stata casuale la scelta della vicenda narrata in Il bambino di Budrio. A questo romanzo storico, che parte da fatti realmente accaduti, non sarei mai arrivata se al centro di tutto non ci fossero stati un bambino e la sua sofferenza e non avessi già sperimentato, anche come metodo di lavoro, la ricostruzione di luoghi e vicende temporalmente lontani in Cristina Belgioioso e in Era calendimaggio, romanzi che fin dal loro esordio sono stati considerati trasversali. Nel primo lo sfondo è quello dell’Italia e dell’Europa risorgimentali, nel secondo è la Firenze dantesca, per ricostruire la quale, oltre alla consultazione di fonti scritte, ho percorso a lungo la città, cercando di definirne i confini e le misure prima del ‘300, data dell’esilio di Dante, censendo gli edifici a lui coevi (assai pochi rispetto alla Firenze raccontata dalle guide), ricostruendoli o completandoli dov’era necessario ed espungendo quelli posteriori, per immaginare uno spazio storicamente plausibile che desse alle vicende e ai personaggi una maggiore verosimiglianza. In Era calendimaggio ho sperimentato inoltre una modalità di narrazione nuova, l’alternanza del dialogo e della terza persona, che ho riproposto in forma più complessa in Il bambino di Budrio. Ritengo quindi che il lungo cammino dentro la scrittura per ragazzi mi abbia permesso di costruire gli strumenti indispensabili per affrontare il romanzo “per adulti”, non avendo mai interpretato quel “per” in senso riduttivo, ma funzionale: si trattava cioè di tenere conto del fruitore, bambino o ragazzo, non per “sminuire” lingua e contenuti, ma per poterlo raggiungere secondo modalità a lui adeguate, pur mantenendo intatta la qualità. Tuttavia, benché i due romanzi citati avessero incontrato un deciso apprezzamento presso i lettori adulti, sentivo il bisogno di una diversa libertà sulla pagina, che deriva dal non dovere tenere conto di un lettore e delle sue esigenze e lascia all’autore la possibilità di essere totalmente se stesso: ciò che distingue la letteratura per adulti da quella per bambini e ragazzi. E’ nato così Il bambino di Budrio. E se per un verso mi ha facilitato il compito l’avere a disposizione una vicenda realmente accaduta, sia pure riferita dalle fonti in modo assai ridotto, dall’altra non solo mi ha posto davanti alla difficoltà di ricostruire uno sfondo storico complesso e dei luoghi lontani (la Roma barocca di papa Innocenzo X e il mio paese, Budrio, nel’600), ma soprattutto di immaginare psicologie maschili particolari, quelle di ecclesiastici appartenenti a ordini diversi e conflittuali e in diverse posizioni gerarchiche, e in pari tempo di narrare una vicenda umana che, pur senza costringerla a una attualizzazione forzata, poteva dire qualcosa ed essere materia di riflessione e di turbamento anche per noi. La metodologia che ho applicato nella costruzione del romanzo è la stessa che avevo messo a punto nel corso del mio lungo lavoro di autrice: traccia essenziale della vicenda, lungo lavoro nella costruzione dei personaggi protagonisti partendo dal carattere e dalle psicologie, ricostruzione dei luoghi secondo un criterio di fedeltà storica e infine ricerca di una voce narrante, che in questo romanzo costituisce la spina dorsale della narrazione. Il romanzo mi ha richiesto un quinquennio di lavoro, è risultato finalista al Premio “Neri Pozza” e ha vinto il premio ”Il Terriccio” per il romanzo storico. A questo è seguito Il figlio prediletto, uscito a fine gennaio 2018 e pubblicato ancora dall’editore Neri Pozza, una storia drammatica che si sviluppa in due tempi e due luoghi, un paesino della Calabria e Londra, e ha come protagonisti un giovane gay e sua nipote Annina.
Questo romanzo, che non dipende più nell’intreccio da fatti accaduti ma è una storia di pura invenzione, dispiega in pieno, a mio parere, la mia libertà e maturità narrative e contiene al suo interno, pur nella sua originalità, molte tracce del mio lavoro e della mia scrittura precedenti. Per chi li conosce, naturalmente, e sa trovarli. In occasione della sua uscita, alcune recensioni apparse su quotidiani hanno messo in evidenza la mia provenienza di autrice per ragazzi, quasi a sottolineare una minorità, secondo il vecchio pregiudizio italiano di due letterature, una di serie A e l’altra di serie B, separate e non confondibili. Credo invece, e tutta la mia bibliografia lo dimostra, di avere sempre lavorato seguendo il criterio indicato da Roberto Denti: “O è letteratura, o non è”. Tocca al lettore giudicare.
Angela Nanetti

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